Torte e Terapia della Gestalt

La torta, come sappiamo, è una combinazione di ingredienti, una nuova, gustosa e profumata forma, che va oltre somma dei singoli ingredienti. Quindi una magia? No. È l’espressione di potenzialità presenti ma non scontate. Potremmo dire che è una nuova figura, che emerge da uno sfondo di competenze teoriche e tecniche, di passione, gusto, olfatto, buoni ingredienti. Uno sfondo che comprende anche la storia collettiva e personale, umori, relazioni, condizioni atmosferiche ecc. Tutto questo sottende e permette il risultato “torta”. Risultato magnifico e impermanente, da godere e gustare.
La preparazione di una torta si sviluppa nel tempo, con fasi diverse, come ogni azione e, soprattutto, ogni interazione umana.
Mangiare un pezzo di torta è un’esperienza di contatto pieno, ma anche un momento di pausa e concentrazione, utile ad assimilare esperienze e fatti della vita.
Perché stiamo ripetendo qui cos’è una torta? E perché lo facciamo usando parole un po’ “strane”?
Perché preparare, gustare, condividere una torta è un buon modo per collegarsi alla psicoterapia della Gestalt. Le parole evidenziate sono temi propri a questa bellissima (un’altra dichiarazione d’amore, dopo quella rivolta alle torte) forma di terapia, che è poi anche un modo di vedere e affrontare la vita. Con l’ottimismo e l’energia dati dal tenere conto della realtà, ma anche dal percepire energia e strumenti per modificarla un po’, per contribuire a costruirla invece di subirla. Per vivere le relazioni come possibilità di sviluppare e conoscere il mondo e come sostegno per costruire nuove relazioni in cui crescere. Per vivere le esperienze in modo pieno, come facciamo quando odoriamo una torta e ci prepariamo a gustarla, con l’acquolina in bocca e i sensi attivati, fino al momento in cui ci perdiamo (per un attimo infinito) nel suo sapore.
Buon appetito! (Se vi siete incuriositi e vorrete cercare altro sulla psicoterapia della Gestalt).

La mia esperienza politica considerata dalla prospettiva gestaltica.

Michela Gecele intervista Piero Cavaleri

Quali strumenti ti ha dato la Psicoterapia della Gestalt (PdG) per il tuo percorso di politica attiva?
Lo strumento principale che la PdG mi ha dato è stata la prospettiva del “campo”. Tutto ciò che accade (le emergenze, i confitti, le disfunzioni ecc.) non può mai essere compreso o modificato riferendolo solo a singoli fatti o singole persone, ma va contestualizzato all’interno di un campo, complesso, dinamico, mutevole, dove la totalità è sempre qualcosa di diverso dalla somma delle parti, dove il conflitto è sempre il prezioso spazio in cui emergono le differenze che attendono di essere riconosciute e integrate. Altro “strumento” importante: la consapevolezza dell’intenzionalità mia e degli interlocutori. In politica molto sovente si dice ciò che non si pensa o sente e si pensa o sente ciò che non si dice. Si manipola così se stessi e gli altri in continuazione. Occorre non perdere mai di vista la propria congruenza e cogliere di continuo la spontanea intenzionalità degli altri attraverso la fenomenologia e l’estetica del contatto. È questo uno “strumento” che ti aiuta a non “impazzire”, a non farti manipolare, né a manipolare, che ti fa capire come uscire in modo mentalmente sano da vicoli cechi in cui spesso ti senti arenato, ingabbiato, impotente.

In particolare, quali strumenti ti ha dato che non pensavi di avere?
Essere congruente con le mie emozioni mi ha permesso, in molte occasioni, di essere assertivo e sanamente aggressivo, con una vitalità e una energia che non avrei mai sospettato di avere, spiazzando gli altri e acquistando maggiore autorevolezza, sbloccando situazioni di stallo e innescando processi di cambiamento. Ho imparato, a mie spese, quanto sia anche importante sapere “dosare” l’espressione della propria spontanea emotività, in un contesto dove occorre “apparire” e non “essere”, dove far trasparire le emozioni è spesso considerata una fragilità e non una risorsa. D’altra parte, leggere, accogliere e legittimare la fragilità emotiva mia e degli altri è stata una “attitudine da terapeuta” che mi ha permesso in molte occasioni di creare solide alleanze e di sbloccare dinamiche cristallizzate e disfunzionali.

E quali strumenti non ti ha dato?
La PdG ti permette di muoverti con disinvoltura nelle sedute individuali, in quelle di coppia, in quelle familiari, al più nei gruppi o in sistemi relazionali di dimensioni modeste. Non ti permette di gestire con la stessa facilità sistemi complessi come sono i partiti, i movimenti politici o le amministrazioni comunali o le comunità urbane o i quartieri. La complessità genera dinamiche relazionali ed emotive più difficili da contenere e da gestire, più sofisticate e al contempo più arcaiche (di fronte alla complessità o regredisci verso forme adattive rozze e arcaiche o ti apri ad un faticoso, insondabile e precario percorso dialogico). Sperimenti con più frequenza la frustrazione dell’impotenza, della confusione, dell’incapacità. Ho imparato quanto in politica sia importante la pratica della pazienza, della consapevolezza del limite, proprio e altrui, della fondamentale attitudine alla collaborazione, al confronto, al dialogo, all’inclusione. Fare politica, in fondo, è l’arte dell’integrare, è l’arte di sostenere la “funzione Sé” di una intera comunità! Ma è un’arte molto difficile e a volte anche molto “improbabile”! Gli elementi da integrare sono molteplici e tra loro spesso molto frantumati!

Come ti sei presentato all’inizio della tua attività politica? Come hai attinto da tutta la tua esperienza, di vita e professionale?
Mi ha aiutato molto presentarmi, fin dall’inizio, come una persona che sa di avere tanti limiti e che proprio per questo non può farcela da solo e ha bisogno di tutti, nessuno escluso, dal dirigente all’ultimo degli uscieri, dal più fidato degli alleati al più infido degli avversari. La capacità di dialogare e di pormi nei “panni” degli altri sono stati gli “strumenti” che pensavo di avere e che mi hanno aiutato costantemente e in occasioni decisive. Il limite più grande è stato l’impatto con lo stress psicofisico. Fare l’amministratore di costringe a ritmi di vita, a tempi, ad agende quotidiane impossibili, ti immette in una sorta di “tritacarne” che non riesci a gestire, ma che ti gestisce fino a toglierti il sonno, un sano rapporto col tuo organismo, con la tua famiglia, con la tua vita privata, con la tua professione. Fa emergere in te reazioni “arcaiche” e “primitive” che pensavi di non avere più (l’insonnia, la paura, la fuga, l’attacco aggressivo immotivato ecc.).

Nel corso dell’esperienza politica quali introietti si sono sciolti o rafforzati?
L’introietto che si è sciolto: lavorare per il bene comune ti apre ogni strada, ti dà forza ed energia di per sé! Ho sperimentato che non è così! O meglio, che è ingenuo pensarlo sino in fondo! Senza tener conto delle tue fragilità, dei tuoi e degli altrui limiti, del tuo orgoglio e degli interessi (occulti o manifesti) di tanti piccoli o grandi gruppi di potere che in ogni città operano da sempre. Se vuoi lavorare per gli altri, per il bene comune della tua città, devi essere pronto anche ad essere frainteso, ostacolato, accusato ingiustamente, denigrato, disprezzato dalle stesse persone per il cui benessere stai lavorando e lottando. Non basta essere disposti e pronti a lavorare per il bene comune, occorre saperlo fare in un contesto e su uno sfondo che continuamente producono “energie negative”, che neutralizzano, discreditano e tendono ad annullare in modo sistematico ogni cosa che fai.
L’introietto che si è rafforzato: lavorare per il bene comune della tua città è possibile se sei congruente, coerente, trasparente, disposto al dialogo con te stesso e con gli altri! Stare con te stesso e con gli altri (al confine di contatto) è l’unica “bussola” che funziona veramente, ma devi saper uscire dal “tritacarne”, devi imparare a “disintossicarti”, a creare di continuo spazi e tempi che siano “oasi” di autentica umanità e salute mentale.

In che modo la tua esperienza politica ha modificato il tuo lavoro terapeutico?
L’esperienza politica ha modificato il mio modo di essere terapeuta soprattutto nel saper cogliere, molto più di prima, come molte sofferenze e ferite dei nostri pazienti siano in realtà epifenomeni individuali e privati di dinamiche e contraddizioni sociali che vanno al di là del singolo caso. In altri termini, mi è molto più chiaro che il “micro” (la “figura” del paziente, del suo sintomo, della sua storia ecc.) può essere colto nella sua gravità e nella sua possibilità di cambiamento solo se posto nel “macro” di uno “sfondo”, di un contesto epocale e sociale, che ha nell’economia e nelle scelte politiche l’origine delle contraddizioni più portatrici di psicopatologia e in generale di sofferenza psichica.

Facciamo un passo indietro e consideriamo come questa esperienza ha modificato te, il tuo modo di pensare e di essere e, quindi, le tue competenze terapeutiche. In particolare, come sono cambiati lo sfondo e la figura dell’incontro terapeutico?
L’esperienza politica mi ha modificato in modo molto radicale. Mi ha fatto capire che le “narrazioni” della stampa, dei politici non corrispondono quasi mai alla cosiddetta realtà. Mi ha fatto toccare con mano l’esistenza di consorterie professionali e di gruppi di potere (masso-mafiosi, trasversali ad ogni partito e a ogni organo istituzionale) che condizionano e soggiogano la politica a livello locale, nazionale, globale, più di quanto si possa sospettare. Sicché la cosiddetta democrazia è in realtà una grande illusione, una rappresentazione di comodo sbugiardata dai fatti e dalle evidenze: le decisioni vengono spesso prese prima e “altrove”, da chi non conosciamo e non abbiamo “eletto”. Ho capito che solo la partecipazione spontanea, disinteressata e “dal basso” può sventare la deriva antidemocratica che stiamo vivendo. Mi sono reso conto che chi fa il nostro mestiere non può rimanere nel chiuso di uno studio, ma ha il dovere di portare fuori, nelle comunità, negli aggregati umani di ogni tipo, i criteri e le pressi utili a promuovere il benessere mentale e relazionale, facendoli diventare criteri e prassi politiche. Ho capito che non posso fermarmi alla “svolta relazionale” per capire e promuovere l’uomo, ma devo agire e fare mia la “svolta etica”, che mi vede costantemente e in prima persona “responsabile” di ogni essere umano che incontro e dei bisogni di cui è portatore, in una qualche misura così come faccio con ogni mio paziente. D’altra parte, per me fare il terapeuta è diventato adesso un modo per fare politica in una dimensione privata, dove il processo di consapevolezza include anche lo “sfondo” del macro che avvolge il micro del paziente. La “figura” della sofferenza privata, della ferita personale, della volontà di cambiamento, risulta più legittimata, più vivace e vitale, se sostenuta da uno “sfondo” ricco di connotazioni “politiche”, da un “macro” reso oggetto di consapevolezza quanto il “micro”.

Com’è cambiata la tua teorizzazione della PdG?
Se c’è un aspetto della mia teorizzazione gestaltica che è vistosamente cambiato, esso riguarda il peso da dare al modello antropologico su cui si basa la PdG. Chi è l’uomo? Perché da sempre gli esseri umani si fanno a vicenda del male? Cosa fare dell’incontenibile limite che incombe sulla condizione umana? Come allargare l’intervento terapeutico dal micro al macro? Come sostenere la funzione integrante del sé (l’obiettivo della terapia gestaltica) se tutto intorno si disgrega, si frantuma?

Cosa vorresti trasmettere della tua esperienza ai terapeuti e ai terapeuti in formazione?
Ai terapeuti e ai terapeuti in formazione proverei ad accennare i temi che ho condiviso prima per capire insieme come sistematizzarli meglio e per farne uno stimolo capace di farci “ripensare” la PdG in un mondo che sta cambiando ad una velocità pericolosamente supersonica.

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